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Le adozioni e la strana forza della burocrazia

Scritto da Manolo il 24 - febbraio - 2014 Commenta - Letto 2.027 volte

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La pratica delle Adozioni riguarda tante persone che investono denaro ed emozioni in quello che si rivela un percorso lento in cui difficoltà e insidie sono sempre in agguato.Se poi ci si mette anche la burocrazia…

Nei giorni scorsi, tenendoci informati sulla vicenda dei genitori adottivi italiani  bloccati per settimane in  Congo e poi rientrati in Italia senza i loro bambini adottati, ci siamo imbattuti in questa incredibile storia. Se ci date due dei vostri minuti ve la raccontiamo.

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Le storie finite male sono tante e non tutti sono disposti a raccontarle per paura di recriminazioni o anche per non precludersi un’altra possibilità in futuro. Questa coppia invece lo ha fatto e la loro storia, nonostante avessero seguito tutti gli step necessari andati bene fino all’ultimo, si è conclusa con un nulla di fatto.

Era il 2008 quando decidono di iniziare il percorso per un’adozione internazionale e solo tre anni dopo riescono ad avere dall’ente, a cui si erano rivolti, la notizia del “figlio” trovato e adatto a loro. Da qualche parte del mondo c’era un bambino che  avrebbero accudito e aiutato a crescere.

burocrazia adozioniNel 2012 volano in Messico per incontrare e abbracciare Victor, il loro futuro figlio di sette anni. Tutto fila liscio e fu subito feeling.
I tre rimangono insieme un po’ di giorni ma, appena tornata in Italia, la coppia viene a sapere che nell’istituto di Victor era scoppiato uno  scandalo che riguardava due sorelline in procinto di essere adottate da una famiglia messicana in Italia.

Ma che c’entra tutto ciò con loro? Assolutamente nulla. Lo scandalo però assume ben presto delle grandi dimensioni e proprio alla vigilia delle elezioni.
I rapporti con Victor si interrompono e così la pratica di adozione. Tanto che il bambino non viene portato all’udienza fissata in giugno.

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Tutto si ferma e nessuno comunica più, con il conseguente rimpallo delle responsabilità tra le autorità messicane e quelle italiane. La psicologa interrompe i colloqui con il bambino e alla coppia viene vietato di contattare perfino l’Istituto, figuriamoci il bambino.  Timori e paure accompagnano giorni e settimane e i due capiscono che la situazione sta sfuggendo di mano.

Qualche ente consiglia di porre fine a questa adozione. E ci riescono, tanto che ad agosto Victor comunica alla psicologa che non intende più essere adottato,  non perché rifiutasse i due genitori, che anzi riconosceva perfetti, ma perché non voleva venire in Italia. Una motivazione assurda, tardiva, ma definitiva.

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“Abbiamo parlato telefonicamente con la Console italiana in Messico– raccona la coppia- che ci ha messo al corrente del suo scarso potere e ci ha detto che sapeva che in tutta Guadalajara, quell’istituto era l’unico contrario all’adozione in Italia”.
La guerra tra istituti dunque aveva trovato un capro espiatorio e questo nonostante la Convenzione dell’Aja implori che tutto debba essere  fatto per il bene supremo del bambino.
Capito di non poter assolutamente più contare su nessuno, informano la Commissione per le Adozioni Internazionali che apre un’istruttoria,  ma ad oggi non ci sono risposte.

“Abbiamo speso molto per questa adozione, sia in termini economici che affettivi– continuano il loro sfogo- e ci siamo ritrovati senza bambino e senza soldi. Il cuore ci si riempie di dolore, tenendo conto che ognuno si è preoccupato di difendere  i propri interessi a discapito di chi avrebbe voluto dare a Victor una famiglia e una vita migliore”.

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La beffa è che qualche settimana fa hanno ricevuto dalla direttrice dell’istituto di Victor una mail in cui dice che Victor chiede sempre di loro e domanda perché non sono tornati a prendere il bambino. Lei che ha ostacolato in tutti i modi l’adozione ora la reclama?

I due non sanno darsi una spiegazione, anche perché i soldi spesi in questa triste avventura sono davvero tanti.
Ora è tutto in mano a un avvocato perché loro pretendono delle risposte, così come pretendono di sapere perché nessuno si sia preoccupato, fallita una possibilità, di concedere loro una seconda.

Questo in sintesi il racconto dato da un articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano”.  Potete leggerlo interamente  qui


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